NICO PEPE:
b i o g r a f i a

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Nico Pepe: chi lo ha veramente conosciuto?

Nico Pepe – chi lo ha veramente conosciuto ?
Profilo di un attore, di un uomo di Teatro
Erano gli anni Trenta quando il suo nome rimbalzava dalle cronache dello spettacolo!

E LUI alto, magro, con i suoi sottili baffetti e quella sua aria anomala , un viso zannesco e mitteleuropeo che tradiva un’origine e una civiltà difficilmente decifrabile perché era LUI per primo a defilarsi, forse perché il suo mondo autentico, goldoniano o ruzzantiano, schweykiano, non trovava spazio in un’Italia teatrale che a malapena si professava per certe , precise radici popolari.

Nico Pepe era un buon attore caratterista; che fosse uno studioso e un esperto di teatro veneto , che scrivesse saggi e considerazioni che abbracciavano la Commedia dell’arte e il nostro teatro barocco, i giochi popolari delle piazze e la civiltà delle corti padane e la poesia postzannesca - chi ne prendeva nota, anche se ne era a conoscenza ?

Un giorno arrivò a noi, quasi in sordina – per il Pantalone del nostro “arlecchino”.. Conquistò tutti. Resta per noi, il Pantalone!

Poi aveva passato mano. Era tornato nel suo Friuli a “insegnare”* che cosa? Ciò che tutti noi teatranti vorremmo. Quel quid che fa di un teatrante, sia pure di altissimo livello, un maestro. E Nico Pepe lo è stato fino all’estremo istante della sua vita. (Giorgio Strehler)

Partito giovanissimo da Udine, Domenico Pepe, NICO diminutivo in uso nella tradizione linguistica del sud, era nato a Udine, in via Villalta, il 19 gennaio 1907. La madre udinese di origini venete e il padre Guglielmo Pepe di origini pugliese, appassionato commerciante di cavalli…che morì non ancora quarantenne, verso la fine o poco dopo la grande guerra in seguito ad una malattia contratta al fronte. Nico Pepe frequentò gli studi a Udine fino al conseguimento del diploma di ragioniere. Subito dopo il diploma, lasciò Udine e con la madre e la nonna materna, veneta, si trasferì prima a Verona, poi a Milano dove si impiegò presso la Banca Commerciale. Alla fine degli anni Venti, insofferente lasciò il lavoro “sicuro” in banca per inseguire una grande passione, il teatro.

Debutta nella Compagnia Lupi-Borboni-Pescatori, è il 28 ottobre del 1930. Poi Ruggeri, Gandusio, De Filippo, De Sica. Dal ’52 figura nelle file del Piccolo Teatro di Milano. A partire dagli anni ’50 Nico Pepe si rivelò anche manager teatrale molto deciso ( quale è stato in più circostanze) dal Teatro Ateneo di Roma alla compagnia di Peppino De Filippo e fra il 1955 e il 1958 fu fondatore e direttore prima dello Stabile di Torino, poi dello Stabile di Palermo. Nel 1958/59 al Piccolo teatro di Milano assume per la prima volta il ruolo di Pantalone nell’ Arlecchino servitore di due padroni di Carlo Goldoni, per la regia di Giorgio Strehler.

Dal 1960 al 1962 è al Teatro Stabile di Genova e dal 1963 al 1968 alterna la sua presenza fra la Compagnia del Teatro Italiano diretta da Peppino De Filippo (anche in veste di Direttore organizzativo) e al Piccolo Teatro di Milano.

E’ autore di tre ‘Conversazioni-recital’: Pirandello visto da un attore, Goldoni e la riforma, I secoli gloriosi della Commedia dell’arte. Quest’ultima, per la regia dello stesso autore, prodotta dal Piccolo Teatro, nella stagione 1967/68 viene rappresentata a Parigi e interpretata dagli stessi attori che recitano nell’Arlecchino servitore di due padroni. Dal 1968 al 1974, porta in tournée in 65 paesi all’estero le sue ‘Conversazioni-recital’, teatro in miniatura a carattere prettamente culturale.

Conferenziere, ha tenuto lezioni di teatro presso le università di Birmingham, Ankara, Pamplona,alla Sorbona di Parigi,alla Cà Foscari di Venezia. Ha tenuto corsi di teatro ed in particolare sulla storia della Commedia dell’Arte nelle Scuole Nazionali di Arte Drammatica di Madrid, Barcellona, Helsinki, Oslo, Zagabria, Il Cairo.

Nel 1978 al teatro Odéon di Parigi, nel ruolo di Pantalone, nell’Arlecchino servitore di due padroni di C. Goldoni, regia di G. Strehler, dà il suo addio al palcoscenico.

Rientra a Udine e pubblica il suo primo libro Teatri e teatranti friulani dal ‘400 ai primi del ‘900 (ed. Arti grafiche friulane,1978). Pubblica inoltre: Teatro (a cura dell’ufficio Editoriale della Compagnia del Teatro Italiano con Peppino De Filippo (roma 1969), Dal “vecchio da Commedia” al “Todero Brontolon” per conto del Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia (Trieste,1975), Teatro Veneto ( Arti grafiche friulane, Udine1978). Da una commedia di Teobaldo Ciconi un dramma di Pirandello, in (La Panarie 42, 1978), Goldoni sui palcoscenici stranieri(appunti di viaggio di un attore) (Studi goldoniani 5, 1979), Il teatro friulano e Ruzante in (La Panarie 44,1979), Il teatro di prosa (da Enciclopedia Monografica del Friuli Venezia Giulia. Il volume Pantalone, storia di una maschera e di un attore (ed Istituto per L’Enciclopedia del Friuli Venezia Giulia, 1981).

Collabora a vari quotidiani e riviste specializzate, tra i quali ‘Il Gazzettino’, ‘Il Corriere di Napoli’, ‘Il Piccolo’ di Trieste,’La Gazzetta Veneta’, ‘Il giornale di Brescia’, ‘La Gazzetta di Parma’, ‘Il Dramma’, ‘Scenario’, ‘Sipario’.

Per il Teatro Stabile di Fiume ha tradotto e ridotto a commedia musicale Le sorprese del divorzio di Alexandre Bisson, con brani di Offenbach.

Dal 1936 al 1983 svolge anche una intensa attività cinematografica.

Nel 1979 fonda la Civica Scuola per il teatro Friulano di Udine che dirige fino al 1985.

Dal 1985 al 1987 , con la Compagnia La Piccionaia , torna in palcoscenico con la sua ‘Conversazione-recital’ I secoli gloriosi della commedia dell’Arte. Più di mezzo secolo di presenza scenica - anche se ufficialmente aveva smesso nel 1978 – una lucidità incredibile fino all’ultimo, una professionale puntigliosità che sfiorava il perfezionismo maniacale, una curiosità intellettuale rimasta inalterata anche in campo giornalistico e saggistico comportano, sul versante più squisitamente umano, un’ aneddotica pressoché inesauribile; aveva il gusto innato del cronista puntiglioso e insieme dell’amabile fustigatore di costumi, senza cadute nel moralismo filisteo, anzi con divertita partecipazione (si vedano le decine di ore di registrazione dei suoi racconti di storie di teatro e teatranti…)

Aveva recitato con tutti i grandi da Ruggeri a Gandusio, da De Sica a Tofano , era stato il Pantalone per antonomasia nell’Arlecchino servitore di due padroni della strehleriana reinvenzione.

Ma il mondo che più gli apparteneva era pur sempre quello della Commedia dell’arte, i cui “Secoli gloriosi” aveva continuato a celebrare anche dopo il suo ritiro nella natia Udine. E chi non lo aveva conosciuto per i suoi reportages informati e arguti che fin dalla metà degli anni Trenta, Lucio Ridenti ospitava ne il Dramma la rivista teatrale che accompagnò la storia del teatro italiano di quasi tutto il Novecento.

Nico Pepe non si atteggiava né a critico né a storico, ma ci teneva a far rilevare quello che era il frutto di un mestiere appreso, con totale dedizione , per oltre mezzo secolo sulla scena, ma anche di una inesauribile curiosità intellettuale che trovava soddisfazione in tutta quella letteratura teatrale , antica e moderna su cui gli era riuscito di mettere le mani. Per questo mal sopportava la superficialità di certi articoli, né l’approssimazione di tante recensioni , specie quando riguardavano quegli argomenti nei quali si sentiva più ferrato. Allora prendeva la penna e i suoi interventi , anche se ironici e a volte polemici, offrivano delle precise puntualizzazioni , senza mai passare la misura, si trattasse di correggere una data, di completare una notizia, di ribattere un’opinione…
ricordo quelle inviate nel 1971, 76, 77 al grande Enzo Biagi
che così rispondeva “ caro Pepe, grazie della sua civilissima lettera; ha ragione, mi sono espresso male, in maniera infelice. Voglia scusarmi”. ‘71
“ non so proprio come sia scappato quel vincenzino. Forse una mia botta di rincoglionimento.” ’77.

Pepe ha scritto molto, ma i suoi interessi convergevano in particolare su tre temi “ La commedia dell’arte”, l’opera di Carlo Goldoni e il Teatro Veneto moderno, temi che nella sua ottica risultavano strettamente collegati. Anche sulla storia del teatro Veneto, si mostrava informatissimo, specie sulle vicende degli attori e delle compagnie che tra’800 e ‘900 lo avevano reso popolare. Attore colto con biblioteca di oltre 4000 volumi e 6000 pezzi tra iconografia e scritti sulla storia dei teatri e dei teatranti del mondo. Forse è stato l’ultimo continuatore di una tradizione sentimentale ed erudita insieme.

Come è facile intuire, Nico Pepe, dei vent’anni trascorsi nei panni del mercante veneziano, Pantalone, scelto in obbedienza ad una prepotente affinità elettiva, ci fa scoprire l’importanza della “vocazione” nell’esistenza della gente di teatro e insieme tocca con mano lo spirito di sacrificio che nella carriera di un attore deve accompagnare ogni tentativo di approssimazione al volto di un personaggio.

Alla storia della maschera subentrò la storia dell’attore, LA SUA, lui ha saputo storicizzare l’itinerario di una vocazione autentica, ripercorso nei più significativi momenti del suo travaglio artistico teso alla conquista di quel ruolo, di Pantalone, appunto.

Agnese Colle

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